«Paranormal Activity»: brutto e non fa paura

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«Paranormal Activity»: brutto e non fa paura

l'Unità, martedì 09 febbraio 2010 - Se questo è «il film che ha terrorizzato l’America», come recita lo slogan pubblicitario, vuol dire che l’America è un paese allo sbando. Diciamolo fuori dai denti: siamo di fronte a una bufala, ad un trucco, a un’astuta operazione di marketing. Ad un non-film che una sapiente campagna pubblicitaria in internet ha trasformato in un «caso». La perfetta dimostrazione che la rete è piena di opportunità, ma anche di imbrogli. Paranormal Activity è la dimostrazione di due grandi verità. La prima: è vero, grazie alle nuove tecnologie digitali chiunque abbia un’idea può girare un film. La seconda: sarebbe però meglio se l’idea ci fosse. Qui l’idea non c’è. C’era ai tempi di Blair Witch Project, altro non-film, altra bufala planetaria che aveva però il pregio di arrivare per prima. Ovvero: giriamo un film con una videocamera, uguale ai filmini che tutti potete girare a casa vostra, senza luci, senza la minima qualità visiva, con attori che non sanno recitare, poi gli costruiamo attorno la storiella che il film è «vero», è ciò che resta di un’avventura finita male. In Blair Witch Project la cornice era il picnic nel bosco delle streghe, in Paranormal Activity, la trama (trama?) è che una giovane coppia convinta di essere perseguitata da strane presenze notturne acquista una videocamera, la piazza in camera da letto e riprende tutto ciò che avviene di notte. Quando la coppia si leva finalmente di torno, qualcuno «ritrova» le cassette e vedendole scopre che la colpa è di un «demone» che voleva possedere lei e liberarsi di lui. L’unico guaio, per lo spettatore, è che ci impiega una ventina di giorni: se la fosse cavata in 20 minuti, ci risparmiavamo il film. Scherzi a parte: c’è un’estetica in tutto ciò, come no? Un’estetica che – come sempre nella storia del cinema – è dettata dalla tecnologia. Il cinema è stato per decenni un’industria «pesante», bisognosa di mezzi costosi e ingombranti. L’elettronica l’ha reso «leggero», facendolo tornare paradossalmente ai tempi dei Lumière. Il fatto che chiunque possa girare un film apre possibilità narrative infinite. Poi, come sempre, dipende tutto da chi è il «chiunque» di cui sopra. Se una simile materia finisce nelle mani di un genio come J.J. Abrams (l’inventore di Lost) ne esce un capolavoro come Cloverfield, dove l’espediente del «testo ritrovato» (una volta erano manoscritti, ieri videocassette, oggi sono memorie di computer) diventa lo spunto per una trama avvincente e per una riflessione altissima sull’idea stessa di sguardo, di campo visivo, di documentazione, di ciò che vedi e ciò che non vedi, di ciò che è vero e ciò che non lo è – quindi, sull’idea stessa di cinema. Se invece dietro la macchina da presa c’è l’israelo-americano Oren Peli, viene fuori Paranormal Activity. Naturalmente Peli è innocente: lui ha fatto il suo filmetto, e non è colpa sua se un marpione come Spielberg l’ha visto e ha fiutato l’affare, imponendogli tra l’altro di rigirare il finale. Il risultato è che Paranormal Activity, girato nel 2007, è uscito a settembre 2009 in 12 copie ma, grazie ad un sapiente tam-tam in rete, è stato allargato a centinaia di copie e ha totalizzato il pazzesco incasso di 107 milioni di dollari. Il tutto rispetto ad un costo di 15.000 dollari ridicolo e industrialmente falso, ma spiegabile sapendo che nessuno (regista, troupe, attori) è stato pagato: il che non è bello, ma pubblicitariamente funziona, e poi erano tutti amici... Il problema del film non è la trama (trama?!?) ridicola, né la (voluta) povertà tecnica, né la recitazione da filodrammatica che ricorda curiosamente le parti non-porno dei film porno (in questo aiuta il doppiaggio, imbarazzante). È che non fa paura, nemmeno per un istante. Ma di fronte ai suddetti 107 milioni, che si può dire? Che a far paura è l’operazione. Le bufale funzionano e i dilettanti trionfano. Per il cinema, o quello che ne rimane, sono tempi duri.

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